Discutiamone ……politica ed economia …!!
Scritto da Scoiattolina il 12 Dicembre 2010 | 24 commenti- commenta anche tu!
Su Idee & Opinioni del Corriere della Sera del 9 dicembre 2010, a pagina 45, compare un articolo di Giorgio Fedel che riporto sotto. Si tratta di un articolo molto importante che fa riflettere circa i “ruoli” di partiti e istituzioni in un paese democratico. Da esso possono trarsi quesiti da sottoporre ad approfondimenti da parte di tutti. Anche di noi eldyani.
GOVERNO, OPPOSIZIONE E ISTITUZIONI
LA CRISI DI LEGITTIMAZIONE DI UNA POLITICA IN CERCA DI RUOLI.
“L' esito della crisi di governo è incerto; quello che è certo è che siamo in presenza di una crisi di legittimazione politica. Il dato è noto, ma ne va sviscerata qualche implicazione. Crisi di legittimazione significa assenza di un consenso di base su autorità , leadership, diritti e doveri, corso politico delle cose. Tale crisi italiana, non da oggi è prodotta dalla combinazione di due correnti delegittimanti. La prima proviene dal centrosinistra e dall'ala estrema, e investe Silvio Berlusconi e il suo governo. Le accuse sono varie: indegnità, etica, inefficienza, atteggiamento manipolatorio, corruzione e conversione del potere economico e televisivo in potere politico. Per queste ragioni non viene riconosciuta a Berlusconi la sua autorità politica e il suo diritto di esercitarla. Per contro, vi è una corrente delegittimante di segno opposto, alimentata da Berlusconi e dal Pdl e che investe sia frazioni della magistratura (accusate di ciò che viene reputato un accanimento giudiziario sul capo del governo per abbatterlo) sia le forze
politiche di opposizione, le quali vengono condannate precisamente perché non accettano il fatto che chi è al governo lo è in virtù del verdetto del popolo sovrano. L'urto tra le due correnti infiamma l'agone politico, galvanizza la faziosità dei media, mette in moto passioni e orientamenti di valore tanto intensi quanto inconciliabili. Se questo è il quadro, non sorprende constatare che le nostre istituzioni politiche (governo e Parlamento) non possano essere autonome e coese, bensì deboli, subordinate, preda di tensioni interne e culturali (flussi di potere e di sostegno non incanalati entro le guide imposte dalle regole istituzionali). Di qui una politica de-istituzionalizzata, che si manifesta in varie forme. Una riguarda l'espressività politica. Questa, in parte, sembra fuoriuscire dalle sedi istituzionali per dislocarsi in altri luoghi, che non sono costituzionalmente previsti. E’ il caso delle trasmissioni televisive, le quali diventano fori privilegiati in cui i politici proclamano importanti decisioni: l’esempio
più recente è quello di Bocchino che nella trasmissione di Santoro annuncia il ritiro dei ministri finiani dal governo. Non è superfluo ricordare che questo fenomeno, se lo prendiamo per quel che è (la negazione della deferenza per l' autorità istituzionale) è sintomo di un degrado dell' etica pubblica. A tale degrado si possono ricondurre - cambiando piano di discorso - e lo svillaneggiamento del presidente del Consiglio a opera di alcuni conduttori televisivi e certi comportamenti di quest’ultimo non congrui con lo status di una carica istituzionale di vertice (ho in mente non il libertinaggio di Berlusconi, che è affar suo, ma l' utilizzo delle dimore private per ricevere uomini di Stato stranieri, nonché la tendenza, motivata anche dalla sua esperienza di imprenditore economico, a considerare proprietà privata la sua stessa carica istituzionale e questo induce a volte Berlusconi all' indisciplina dell' eloquio e a rintuzzare senza formalismi gli attacchi degli avversari, ma anche lo porta a una visione
personalizzata del compito politico associata a idee di vigore e saggezza operosa). Un'altra forma è l'uso della piazza: luogo ormai classico in cui la folla esplica un'azione politica «naturale», non regolare, a volte aggressiva e illegale (non a caso vige la contrapposizione tra piazza e <palazzo> o anche Parlamento). Qui entrano in azione le mobilitazioni collegate alle due correnti delegittimanti. Tralascio la mobilitazione dell' opposizione contro il governo, su cui vi è poco da dire (rientra per lo più nella tradizione del Pci di usare la piazza come risorsa politica extraparlamentare per premere sulle istituzioni). E’ l'altra mobilitazione, del resto assai rara, che si presta a una osservazione circa il suo senso generale di manifestazione di piazza che fa capo a una forza al governo del Paese. Per Berlusconi e il suo partito la quantità di individui radunati in piazza configura l'ostensione fisica della natura del proprio sostegno politico, come se la presenza della folla simbolizzasse direttamente l'elettorato che a suo tempo espresse la sua volontà . Si noti la commistione: da un lato, l'invocazione di una regola massimamente
istituzionalizzata, vale a dire la regola del gioco fondamentale nella democrazia (il voto popolare che decide chi vince e chi perde nella competizione politica); dall'altro, la situazione di piazza, la cui struttura esclude la mediazione delle istituzioni, e implica la suggestione emotiva e il rapporto diretto tra élite politica e massa. Un'ulteriore forma, forse la più nefasta per i suoi potenziali effetti distruttivi, rinvia al caso Fini: presidente della Camera dei deputati e, in sincronia, fondatore e capo di un nuovo partito politico. Con finezza Piero Ostellino (Corriere, 27 novembre) sottolinea l'incompatibilità del «doppio ruolo» e il rischio di avere un presidente della Camera che «antepone i propri interessi personali agli interessi del Paese». Questa denuncia di stampo liberale è caduta nel vuoto. Ciò è rivelatore non solo dello scarso senso dello Stato dell'occupante la carica in questione - il quale, tra l'altro, in una trasmissione televisiva ha glorificato in nome della «destra» la Patria, la Nazione come valori centrali -; ma anche e soprattutto dell' ostacolo che un contesto de-istituzionalizzato oppone alla percezione della gravità del problema. Fini, ma la cosa si potrebbe estendere anche ad altri, non percepisce che occupare simultaneamente un ruolo istituzionale (super partes) e un ruolo politico attivo distrugge il principio che dovrebbe presiedere al funzionamento del sistema democratico, ossia il principio della segregazione dei ruoli di comando istituzionale, talché vi sia autonomia rispetto alla lotta per il potere dei partiti. E’ solo questo argine di riparo che rende possibili l'integrazione politica e i sentimenti comuni di lealtà e fiducia. Altrimenti tutto può essere travolto dal confronto interpartitico, dall'inasprimento progressivo delle pretese di potere; laddove i ruoli di autorità istituzionale si trasfigurano in mere maschere per politici vanitosi amanti delle precedenze nelle cerimonie.”
Fin qui Giorgio Fedel. Vogliamo dialogare fra noi in merito ai problemi che egli pone?
Lorenzo.rm





