La Domenica del Bosco
Scritto da Giuseppe il 2 Febbraio 2013 | 20 commenti- commenta anche tu!
Dopo settimane ricche di argomenti impegnati ritorniamo alla nostra solita buona domenica, cioè alla giornata dedicata al riposo perciò, con questo spirito, vi racconto una mia storiella che spero possa contribuire ad un meritato relax festivo.
Mai e poi mai, da ragazzetto, avrei potuto immaginare che in tarda età le vicende della vita mi avrebbero portato a calpestare le tavole di un palcoscenico, eppure così è stato
Solo una volta avevo avuto l’occasione di partecipare ad una recita della compagnia amatoriale del Teatrino del Circolo Cattolico rionale della mia città natale ma non come attore o comparsa, bensì come rumorista. Infatti, con due sassi e una vecchia bagnarola di lamiera, avevo avuto il compito di simulare dei rumori che dovevano somigliare a dei tuoni quando gli attori sulla scena venivano a trovarsi sotto un temporale e, ancora, con una trombetta e un fischietto avevo dovuto simulare, dietro le quinte, i rumori di una stazione al momento della partenza di un treno.
Sta di fatto che nell’ultimo anno, un amico, veterano dell’ambiente teatrale, ha voluto coinvolgermi, inizialmente per fargli da spalla, in qualche sua recita e affidandomi poi, visto il successo iniziale (a suo dire), veri e propri ruoli non più di contorno. Insomma, dopo tanti lavori svolti nella vita, mi sono ritrovato a fare pure l’attore e devo dire, con mia grande sorpresa, anche con un buon successo. È proprio il caso di dire: mai dire mai e vi racconto com’è andata.
Palcoscenico
Dovevamo preparare qualcosa per una serata di intrattenimento collegiale per gli iscritti all’Associazione di volontariato della quale faccio parte e interpellammo Giovanni (Gianni per gli amici) proprio perché esperto in materia teatrale, anche se a livello amatoriale, ma si era cimentato in vari ruoli e personaggi per tanti anni.
Marchese di Navarra
Fu proprio Gianni che mi coinvolse per recitare con lui la scena de “À livella” di Antonio de Curtis (Totò) che si svolge in un cimitero il due di novembre, ma la recitammo non nell’originale parlata napoletana bensì tradotta nel dialetto sardo-campidanese che la rende un po' più spassosa e caratteristica, almeno per gli spettatori locali.
À LIVELLA
Ogn’anno, il due novembre, c’è l’usanza per i defunti andare al Cimitero. Ognuno ll’adda fà chesta crianza; ognuno adda tené chistu penziero.
// ……...….\\
Perciò, stamme a ssenti… nun fa’ ‘o restivo, suppuorteme vicino – che te ‘mporta? Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie… appartenimmo â morte!”.
SU LIVELLU
Su dusu de novembre c'è s'usanza
de andai a visitai su campusantu. D’ognunu depi fai custa onoranza po’ chini s’è mancau, po’ chini eus prantu.
// …………. \\ .
Ascurta immoi custus fueddus mius! Supportami accanta… calandi de sa corti Lassa chi su pagliacciu du siganta a fai is bius Nosus, seus serius, faeus parti de sa morti !.
Netturbino
Ero incerto e titubante ma la capacità di convincimento di Gianni contribuì a farmi superare tutte le riluttanze iniziali. Non avevo timore del “pubblico” perché sono abbastanza estroverso e sfacciato ma mi frenava la paura di eventuali gaffe e immancabili papere. Mi misi a studiare la parte e facemmo qualche prova poi finalmente il debutto e fu un successo: gli applausi si sprecarono. Caspita, pensai tra me, sono diventato pure attore. Attore è una parola grossa, diciamo, così per dire, che mi ero messo a fare l’istrione. Si sa che l’appetito vien mangiando per cui, sempre con Gianni, ci preparammo per altre rappresentazioni, le occasioni non mancavano.
Altro pezzo forte, recitato sempre in dialetto campidanese è stata la commedia “Il dottore e l’ammalato”, scenetta che si svolge un sabato sera in un Pronto Soccorso con quattro personaggi: la donna delle pulizie, l’infermiera, un dottore neo laureato e sfaticato, nonché il malato, più che altro immaginario che si inventa una serie di malanni inesistenti al punto che il medico, pur di liberarsene lo invita a recarsi in un luogo dove si guarisce di tutti i mali, cioè: il cimitero. Io recito la parte del malato ed è chiaro che al palese invito del medico, mi ritrovo immediatamente guarito dei presunti mali e scappo di corsa. Scenetta esilarante con applausi finali assicurati.
Il malato immaginario
Voi certamente convenite che un vero attore, per essere considerato tale, deve essere capace di presentarsi al giudizio del pubblico con un monologo degno di intrattenere una platea senza annoiare i malcapitati spettatori e quel buontempone di Gianni, sceglie e mi affida un pezzo classico di Carlo Alberto Salustri (1871/1950), poeta romanesco, più noto con lo pseudonimo di Trilussa (che poi altro non è che l’anagramma del suo cognome).
Trattasi de: “L’uccelletto in chiesa”, un monologo ricco di doppi sensi che è stato recitato tante volte alla radio e in televisione con grande maestria da personaggi famosi e bravissimi come Andrea Bocelli, Gigi Proietti ed altri.
Certo non intendo paragonarmi neanche lontanamente a dei mostri sacri come quelli citati perché sarebbe proprio un assurdo ma devo dirvi che, con i preziosi consigli dell’amico Gianni, sono riuscito ad ottenere dei buoni progressi tanto che di questo pezzo ne ho fatto il mio “cavalluccio di battaglia” e raccolgo ogni volta molti consensi e applausi.
In confidenza posso dirvi che, in tutta questa vicenda, ho avuto l’impressione che quel mattacchione di Gianni, già avanti negli anni e che non sta tanto bene in salute, abbia voluto lanciarmi in questa avventura lasciandomi in eredità le sue cose affinché l’opera prosegua, come suol dirsi: lo spettacolo deve continuare.
É proprio vero che non si finisce mai di imparare e ogni occasione è buona per tenere in esercizio il corpo e la mente.
Nel chiedere di esprimere il vostro parere concludo augurandovi una Buona Domenica e rivolgendovi l’invito a seguire il mio esempio. Raccontateci le vostre esperienze in terza età. Grazie.
Era d’agosto e un povero uccelletto,
ferito dalla fionda di un maschietto,
andò, per riposare l’ala offesa,
sulla finestra aperta di una chiesa.
Dalla tendina del confessionale
Il parroco intravide l’animale
Ma, pressato dal ministero urgente,
rimase intento a confessar la gente.
Mentre in ginocchio alcuni, altri a sedere
Dicevano fedeli le preghiere,
una donna, notato l’uccelletto,
lo prese al caldo e se lo mise al petto.
D’un tratto un cinguettio, ruppe il silenzio e il prete
A quel rumore il ruolo abbandonò di confessore
E scuro in viso peggio della pece
S’arrampicò sul pulpito e poi, fece:
“Fratelli, chi ha l’uccello per favore,
esca fuori dal tempio del Signore.”
I maschi, un po’ stupiti a tal parole,
lenti s’accinsero ad alzar le suole.
Ma il prete a quell’errore madornale
“Fermi! Gridò” mi sono espresso male.
Rientrate tutti e statemi a sentire:
“Solo chi ha preso l’uccello, deve uscire”
A testa bassa, la corona in mano,
cento donne s’alzarono piano, piano.
Ma mentre se n’andavano, ecco allora
Che il parroco strillò:“Sbagliate ancora!
Rientrate tutte quante,
figlie amate,
ch’io non volevo dir
quel che pensate.
Ecco quel che ho detto e torno a dire:
solo chi ha preso l’uccello deve uscire,
ma mi rivolgo, non ci sia sorpresa,
soltanto a chi l’uccello ha preso in chiesa.”
Finì la frase e nello stesso istante,
le monache s’allontanavano tutte quante,
e con il volto pieno di rossore
lasciavano la casa del Signore
Oh santa Vergine!” esclamò il prete,
Fatemi la grazia, se potete!.
Poi, “Senza fare rumore dico,
piano, piano s’alzi soltanto chi ha l’uccello in mano.”
Una ragazza che col fidanzato
s’era messa in un angolo appartato,
sommessa mormorò: “Che ti dicevo?
Hai visto? Se n’è accorto!.

