Archive for novembre 11th, 2017

DALLA DISCARICA RINASCE UNA VITA

   

SU MUNTRONAXIU

(L'immondezzaio)

   

Recentemente le cronache ci hanno riportato le notizie della cosiddetta terra dei fuochi in Campania e si scoprono i danni che possono fare le discariche dei rifiuti solidi urbani, autorizzati e non, quando per lo smaltimento degli stessi si usa il fuoco. La memoria mi riporta alla mente che nell’immediato dopo guerra era proprio questo il sistema di smaltimento delle immondizie casalinghe. Erano gli stessi cittadini che andavano a scaricare i sacchetti,  barattoli e secchi contenenti i rifiuti urbani nella discarica alla periferia dei centri abitati.  In tali discariche, volgarmente chiamate nel dialetto cagliaritano “Su muntronaxiu”, gli incaricati dell’amministrazione comunale provvedevano, poi,  periodicamente ad appiccare il fuoco per una sorta di smaltimento degli accumuli di immondizia. Non è difficile immaginare che in tali giorni i cittadini erano costretti a chiudere tutte le imposte di casa per non essere invasi dall’olezzo dei fumi provenienti da tali fuochi.

   

Questo sistema durò per parecchio tempo, unica innovazione era stata l’istituzione di un servizio di ritiro nelle strade cittadine tramite un motocarro a tre ruote nel cui cassone si versava l’immondizia che comunque veniva poi portata nella solita discarica all'aperto.

Ma anche in una discarica può sbocciare un fiore o da una discarica può rinascere una vita, infatti prendo spunto da questa premessa per raccontare un’altra storia.

     

 

IL MIO PRIMO CUCCIOLO

 

 

Un musetto, un corpicino, quattro zampette, un codino e due occhi ancora chiusi: stava rannicchiata in una mano in cerca di calore, tremava ancora in un fremito di vita che di lì a poco gli sarebbe potuta mancare.

Mio padre l’aveva raccolta in una di queste discariche in un freddo mattino d’inverno. Passando di lì in bicicletta, rientrando a casa dal suo lavoro notturno, aveva sentito un flebile lamento e si fermò per accertare di che si trattasse. Tre cuccioletti partoriti da poche ore giacevano per terra, gettati via forse per ridurre una cucciolata numerosa. Due erano ormai esanimi ma questa, una femmina, dava ancora segni di vita e mio padre la raccolse, la tenne al caldo sotto l’ascella all’interno della giacca e la portò a casa: voleva salvargli la vita.

   

L’attenzione di noi bambini fu tutta per questo esserino inerme che nelle nostre mani dava disperatamente segni di voler vivere e cercava il calore di una mamma che non avrebbe mai conosciuto e dalla quale non avrebbe potuto avere né il latte né la cura materna.

La lavammo con acqua tiepida e la sistemammo in un giaciglio improvvisato su un telo pulito, ma preferiva stare rannicchiata nel calore di una mano cercando disperatamente con il musetto qualcosa a cui attaccarsi. Sorse subito il  problema di come alimentarla.

L’inventiva di mio padre risolse tempestivamente il quesito: con un contagocce riuscimmo a farle calare in gola un po’ di latte di mucca e dopo averne sprecato parecchio nel tentativo di farla ingoiare, finalmente si addormentò, accoccolata nella mia mano che tenevo immobile appoggiata sulle ginocchia per non disturbare il suo primo sonno. Sentivo il suo cuoricino battere e questo mi dava la certezza che era viva.

La seconda fase fu la costruzione di un mini biberon utilizzando proprio la pompetta di gomma del contagocce, forato nella punta e infilato in una mini bottiglia nella quale versavamo del latte appena scaldato: Lilla, questo il nome che le avevamo dato, ci si attaccava facilmente e non sprecava più neppure una goccia del prezioso liquido.

Ciascuno di noi rinunciava ad un poco del suo latte, al mattino, per riservarlo alla cuccioletta ormai adottata, la sentivamo nostra. Era una bastardina, semi bassotta, dal pelo liscio bruno scuro con striature nere che, alla luce dei raggi del sole, assumeva splendenti riflessi violacei. Il nome le derivò proprio dalla caratteristica del suo manto. Mangiava, dormiva, mangiava e dormiva di nuovo: era salva. Dopo circa una settimana gli si aprirono due occhioni di un bel marrone scuro e cominciarono a guardarsi intorno, curiosi, cercando di capire dove si trovasse. Ma più che con la vista ci riconosceva ormai con l’olfatto, infatti rimase morbosamente affezionata,  per tutta la sua esistenza, al suo primo contatto umano, cioè a mio padre del quale aveva sicuramente memorizzato l’imprinting olfattivo.

Per noi bambini fu una grande occasione per apprendere l’importanza dell’amore per gli animali ma, soprattutto, per il valore della vita di qualsiasi natura essa fosse, e mio padre questo lo sapeva. Con il solo esempio e senza tante parole ci aveva impartito una grande lezione.

Lilla visse 18 anni ed ebbe diverse cucciolate accoppiandosi sempre con bei cagnoni grandi il doppio dei lei. Trovava il modo di farsi seguire nel cortile di casa, si sistemava su un gradino per dar modo a quei maschi infocati e smaniosi di arrivare a lei perché altrimenti da soli, per quanti sforzi avessero fatto, non sarebbero riusciti a risolvere il problema, lei stava troppo in basso per loro ma Lilla dimostrava grande intelligenza anche nel suo istinto nel periodo dei calori amorosi.

 

La prima volta ebbe due maschi, cuccioli che crebbero bellissimi e li tenemmo in casa, avevamo lo spazio sufficiente.

Successivamente, Lilla, aveva avuto cucciolate di quattro ma non ne abbiamo mai soppresso alcuno. Siamo riusciti a sistemarli sempre con persone che amavano gli animali e far contenti tanti bambini che anelavano di avere il loro cucciolo personale.

                                                      

 

(Pensiero di Albert Schweitzer, Premio Nobel per la Pace 1952) 

Quando l’uomo imparerà a rispettare le creature minori della creazione, siano animali o vegetali, non occorrerà che nessuno gli insegni ad amare il suo simile

 

UN AMICO É COSÌ

           
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